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Virigina Russolo

interviste
Virigina Russolo
Photo Credit: Aria Ruffini

07 Giugno 2026

Artisti

Virginia Russolo: una formazione internazionale tra arte, antropologia e ritualità

Nata a Oderzo (Treviso) nel 1995, Virginia Russolo appartiene a una generazione di artiste la cui identità si è costruita attraverso un'esperienza profondamente transnazionale. Cresciuta tra Italia, Stati Uniti, Giappone, Regno Unito e Paesi Bassi, ha sviluppato fin dall'infanzia uno sguardo aperto alle differenze culturali e alle molteplici forme con cui le società elaborano il rapporto con la natura, il sacro e la memoria. Questo continuo attraversamento di geografie e tradizioni costituisce oggi uno degli elementi fondanti della sua ricerca artistica.

Dopo gli anni della formazione internazionale, nel 2017 si laurea alla Ruskin School of Art dell'Università di Oxford, dove approfondisce un approccio interdisciplinare che combina pratica artistica, ricerca teorica e interesse per l'antropologia culturale, elementi che continueranno a caratterizzare il suo lavoro. Oggi vive e lavora tra Italia e Grecia, un ulteriore passaggio che testimonia il carattere nomade della sua pratica.

Questa biografia internazionale si riflette direttamente nelle sue opere. Attraverso materiali organici come cera d'api, propoli, seta, corna, pelli e resine, l'artista costruisce lavori che intrecciano riferimenti provenienti da culture differenti, mettendo in dialogo folklore europeo, cosmologie orientali, pratiche rituali mediterranee e riflessioni contemporanee sull’ecologia.

In questo senso Virginia Russolo incarna una figura sempre più presente nell'arte contemporanea internazionale: quella dell'artista che attraversa confini geografici e culturali per costruire un linguaggio capace di connettere saperi ancestrali e sensibilità globali.

Nel 2025 RIBOT le ha dedicato la sua prima mostra personale in galleria, A Darkness shining in Brightness which Brightness could not comprehend, curata da Domenico de Chirico. L'esposizione ha rappresentato un momento di consolidamento del suo percorso internazionale, riunendo nuove sculture, installazioni e opere pittoriche realizzate con cera, propoli, resine e altri materiali naturali, incentrate sui temi della metamorfosi, delle pratiche rituali e delle relazioni tra specie diverse.

 

La tua biografia è segnata fin dall’infanzia da una forte mobilità internazionale: Italia, Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Paesi Bassi. Quanto questa dimensione transnazionale ha influenzato il tuo modo di guardare ai materiali, al sacro e alla memoria?

Sì, sono cresciuta in Italia fino ai 12 anni e poi ho vissuto a Portland, Oregon e Tokyo fino ai 19 anni. Ho successivamente vissuto tre anni ad Oxford durante l’università e da quando mi sono laureata vivo tra l’Italia e l’isola di Creta, dove ho il mio studio e svolgo la maggior parte della mia ricerca e produzione. Credo che il nomadismo sia inestricabile dal modo in cui percepisco me stessa, il mondo e quindi anche la mia espressione creativa. Forse la sensazione più precisa che posso trovare per descriverlo è che trovo naturale e necessario uscire ed entrare in tanti mondi diversi e costruire ponti. Le risposte alla mia curiosità ci sono sempre ma a volte sono in un’altra cultura o in un’altro tempo. Credo che la mia pratica artistica sia concretizzare nella materia una necessità di scoprire punti di accesso alla dimensione del sacro. Vivo sempre tra due dimensioni e quindi credo che il viaggio sia il mio modus operandi.

 

Nel 2017 ti sei laureata alla Ruskin School of Art. Cosa ha significato formarsi all’estero in un momento così precoce del tuo percorso?

Non ho avuto la percezione di andare all’estero perché per me questo concetto è finito a 12 anni, quindi trasferirmi in Inghilterra dal Giappone aveva un significato diverso. Al contrario, l’Università ad Oxford mi interessava perché desideravo un ritorno in Europa dopo essermi formata in America e in Asia, quindi l’ho vissuto come un riavvicinamento alle mie origini.

 

Pensi che studiare fuori dall’Italia abbia cambiato il tuo modo di percepire la figura dell’artista e il sistema dell’arte contemporanea?

La mia percezione della figura dell’artista e quella del sistema sono così instabili che l’unica cosa che posso dire con chiarezza è che siano sempre in cambiamento. Credo cambino in base a quello di cui necessito o forse quasi emergono solo quando ho un bisogno. Sono abituata a vivere in posti fuori dal contesto in cui si muove la mia arte. Quando creo ho bisogno di molta natura e silenzio, di perdere il più possibile le tracce di me stessa e per questo Creta è molto importante. Poi quelle sensazioni le ritrovo anche in centro a Pechino o a Milano quando viaggio per lavoro e si costruiscono momenti di condivisione, che è il modo in cui vorrei descrivere ‘sistema dell’arte’, e momenti in cui vengo percepita come ‘artista’.

 

Oggi molti giovani artisti vedono la formazione internazionale come una necessità quasi obbligata. Nel tuo caso, è stata una scelta naturale, una strategia professionale o una conseguenza del tuo percorso personale?

Per tanto tempo non è stata una mia scelta, viaggiavo con la mia famiglia, poi è diventata la dimensione più naturale per me. Non è mai stata una strategia professionale perché non è un modo di pensare che mi appartiene o che riesco ad applicare al mio modo di fare arte. Ammiro molto e provo a volte un po' di invidia verso chi si forma in un luogo e sviluppa un senso di appartenenza radicato.

 

Parlaci della tua ultima esperienza all’estero: come è nata, sviluppata e cosa ha portato alla tua crescita professionale

Sono appena tornata da un viaggio di ricerca nel nord del Cile. È stato un viaggio organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Santiago, sostenuto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale all’interno del progetto Wonderful! Art Research Program del Museo Novecento. Ho viaggiato per un mese e mezzo nei deserti del nord, scegliendo San Pedro de Atacama come meta principale. È stata un’esperienza molto forte partendo dal fatto che San Pedro è un’oasi in un altipiano desertico ai piedi delle Ande, quindi il mio corpo si è abituato a vivere a 2.600 metri di altitudine e poi spostarsi sulle Ande ai 4.000 metri fino ad arrivare a scalare il vulcano Cerro Toco a 5.600 metri. La mia ricerca riguardava le forme d’acqua del deserto e i riti ad essa collegati dei Lickanantay (popolazione originaria dell’area). Ricerca che mi ha fatto esplorare tantissimo il territorio, sia orizzontalmente che verticalmente. È troppo presto per poter dire come questa esperienza influenzerà la mia pratica artistica ma è stato un viaggio che mi ha messo davanti ai miei limiti di percezione delle forze naturali, e a forme di spiritualità molto diverse da quelle che ho incontrato finora. Alcuni di questi limiti si sono espansi al punto tale che sono ritornata con una capacità di percezione e visioni nuove. Sono curiosa ora di vedere come si esprimeranno nella materia.

 

Guardando al tuo percorso, quanto sono state importanti le residenze, i programmi educativi e le collaborazioni istituzionali rispetto alle gallerie?

Le residenze per me sono importanti perché vivendo in un contesto isolato sono un momento di confronto e apprendimento di gruppo. Ad esempio l’esperienza con la Fondazione Elpis che attraverso ‘Una Boccata d’Arte’ mi ha dato l’opportunità di immergermi nella cultura dell’entroterra della Sardegna. Lì, nel 2024, ho deciso di vivere e lavorare a fianco di una famiglia di artigiani (Bottega Artigiana Campanacci Floris) che produce campanacci artigianali da generazioni per realizzare le mie opere. Allo stesso tempo, la relazione con le gallerie (Ribot a Milano, CLC Gallery Venture a Pechino e Shahin Zarinbal a Berlino) mi ha fatto sperimentare profonde crescite artistiche. Per me creare una mostra personale e portar fuori il mio mondo interiore in quel modo è la cosa che più mi stimola. Sono molto grata quando i galleristi mi danno quel tipo di fiducia.

 

Sei stata Visiting Art Scholar presso la Shanghai Jiao Tong University e hai partecipato a programmi come quello di Rupert. Quanto conta oggi, per un artista giovane, costruire reti internazionali attraverso esperienze ibride tra studio, ricerca e residenza?

Credo che l’importanza si basi sulle necessità dell’artista. A volte mi chiedo anch’io se sia necessario per me viaggiare. So che soddisfa un desiderio profondo di conoscere di più il mondo e me stessa ma passare un’anno intero in studio soddisferebbe, in modo diverso, lo stesso bisogno. Credo che alla base ci sia l’ascolto dei propri bisogni: se c’è la necessità di uscire per cercare confronto, introspezione, imparare, disimparare, identificare o perdere il proprio contesto.

 

Spesso si parla di internazionalizzazione come se fosse accessibile a tutti, ma viaggiare, studiare all’estero o fare residenze implica costi economici molto elevati. Secondo te il sistema dell’arte contemporanea rischia di favorire soprattutto chi possiede già una certa mobilità economica e culturale?

Credo che il curriculum possa agire come un glamour a volte, inteso come un incantesimo. Diffido un po’ dall’importanza data a un curriculum internazionale in certi ambienti della produzione culturale e del commercio dell’arte. Non posso attribuire questo sentimento a un ‘sistema’ dell’arte ma nel mio piccolo cerco di stare vicino a figure professionali che danno priorità alla qualità del lavoro. Per sviluppare la qualità della propria pratica artistica è necessario avere tempo e indubbiamente questo tipo di tempo profondo e contemplativo è un lusso per le priorità dettate da questa società. Credo però che sia importante, da artista, mettere in discussione certi criteri promossi dal mercato dell’arte e non cadere nel glamour di un curriculum internazionale, ma mantenere invece la concentrazione sulla qualità del lavoro.

 

Quali strategie alternative consiglieresti a un giovane artista che non ha la possibilità economica di trasferirsi o studiare all’estero?

Credo che la cosa più importante sia il viaggio interiore, questo può essere stimolato da un viaggio esteriore, un viaggio all’estero, ma non necessariamente. Suggerirei di trovare la propria chiave di accesso nel viaggio interiore.

 

Guardando alla tua esperienza, quali sono stati gli strumenti più concreti che ti hanno aiutata a costruire una rete internazionale: borse di studio, open call, relazioni personali, social media, gallerie, residenze?

Riconosco che certe fiere come Basel Liste hanno effettivamente un impatto più importante nel connettersi a figure professionali internazionali con cui creare collaborazioni. Le open call sono state importanti all’inizio del mio percorso 9 anni fa, poi conoscendosi meglio si concentrano le energie su esperienze più specifiche.

 

Pensi che oggi esistano modi più sostenibili e accessibili per costruire una presenza internazionale rispetto a dieci anni fa?

Mi sono laureata e ho iniziato a costruire la mia pratica artistica 9 anni fa quindi la mia capacità di cogliere dei cambiamenti così profondi è limitata. È sicuramente stata una sorpresa per me trasferire molta della mia vita e lavoro a Creta, fuori dal circuito dell’arte contemporanea, e scoprire che questa scelta non abbia escluso il mio lavoro dal quel circuito. Ma è ancora un mistero anche per me.

 

La tua generazione sembra vivere l’internazionalizzazione non come un traguardo ma come una condizione di partenza. Ti riconosci in questa idea?

Per me è stata condizione di partenza ma per motivi diversi. Mi ritengo estremamente fortunata ad essere stata esposta a tanti modelli lavorativi diversi fuori da quello italiano, e mi rattrista molto quando la scelta di andare all’estero non è scelta ma necessità di colmare la mancanza di sostegno e riconoscimento agli artisti in Italia.

 

Hai l’impressione che gli artisti italiani della tua generazione siano oggi più aperti a collaborazioni e reti internazionali rispetto al passato?

Non credo sia una questione di apertura ma sfortunatamente di necessità di risorse più difficili da ottenere in Italia.

 

Quali differenze percepisci tra il sistema italiano e quello di altri Paesi in cui hai lavorato, soprattutto nel sostegno agli artisti emergenti?

Mi è difficile rispondere con autorità perché non sento ancora di avere capito cosa sia il sistema dell’arte. Ma dalle realtà che ho vissuto in Italia e fuori dall’Italia percepisco a volte una difficoltà in Italia a riconoscere la necessità del ruolo dell’artista nel presente.

 

Cosa consiglieresti oggi a un artista italiano under 30 che desidera costruire una carriera internazionale senza perdere la propria identità culturale?

Mi sento impreparata davanti a questa domanda perché avendo 30 anni mi sentirei in imbarazzo a dare consigli ai miei coetanei. Sicuramente sono sempre alla ricerca

di capire cosa sia un’identità culturale e specialmente una italiana, quindi credo di essere io a necessitare del consiglio dei miei coetanei italiani.

 

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