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Matthew Noble

interviste
Matthew Noble

15 Luglio 2026

Galleristi

Matthew Noble: «Il mercato non basta, è il tempo che costruisce un artista

Gallerista

Investire su un artista emergente significa assumersi un rischio che va ben oltre l'acquisto di un'opera o l'organizzazione di una mostra. Significa scommettere su una ricerca ancora in evoluzione, sostenerne la produzione, costruire relazioni con istituzioni e curatori, accompagnarne la crescita senza cedere alla pressione dei risultati immediati. È un investimento di capitale economico, ma soprattutto di tempo, competenze e credibilità. Matthew Noble (classe 1993), fondatore di ArtNoble Gallery, appartiene a quella generazione di galleristi che considera il mercato il punto di arrivo, non quello di partenza. 
In questa intervista racconta quali elementi lo convincono a rappresentare un giovane artista, come si costruisce oggi una carriera internazionale e perché, in un sistema sempre più veloce e speculativo, la sostenibilità passa ancora dalla pazienza.

 

Quali sono gli indicatori che ti fanno pensare che un giovane talento possa avere una sostenibilità di mercato nel lungo periodo?
Quando guardo un artista emergente, il mercato è quasi l’ultima cosa a cui penso. Quello che mi interessa davvero è capire se c’è una ricerca sincera, che non nasce per rispondere a una domanda esterna ma da una necessità interna. Deve esserci qualcosa di personale e riconoscibile, qualcosa che mi colpisce veramente, ma anche una disciplina nel modo in cui quel linguaggio viene portato avanti nel tempo. In studio cerco sempre di capire anche la persona dietro il lavoro. Il modo in cui affronta il proprio processo, la continuità, la capacità di confronto. Sono aspetti che spesso dicono molto più delle opere prese singolarmente. Il mercato può dare una spinta, a volte anche importante, ma da solo non è mai sufficiente a sostenere un percorso nel lungo periodo.

Quanto conta oggi la capacità di una galleria di “costruire” il mercato di un artista attraverso fiere, istituzioni, collezionisti e presenza internazionale?
Oggi una galleria non è semplicemente un intermediario. È qualcuno che lavora accanto all’artista nel tempo, cercando di costruire le condizioni perché il suo lavoro possa essere letto, discusso e riconosciuto in contesti diversi. Le fiere, il dialogo con le istituzioni, il rapporto con i collezionisti e la presenza internazionale hanno senso solo se stanno dentro una direzione chiara. Ma tutto questo funziona davvero solo quando tra galleria e artista c’è un lavoro condiviso, fatto di fiducia e continuità. È da lì che si crea una crescita reale, non forzata.


Negli ultimi anni il mercato sembra premiare risultati sempre più rapidi. È diventato più difficile sostenere economicamente percorsi artistici che richiedono tempo per maturare?
Sì, senza dubbio. Viviamo in un contesto di iper-produzione frenetica, in cui i risultati vengono richiesti e ottenuti in tempi sempre più rapidi, mentre la maturazione artistica segue inevitabilmente ritmi più lenti. Questo crea una tensione costante tra le aspettative del mercato e il tempo reale di cui una ricerca ha bisogno per svilupparsi in modo autentico.Sostenere economicamente artisti che richiedono tempo per maturare è oggi più difficile, ma allo stesso tempo rappresenta la base del nostro lavoro. Se si crede davvero nella pratica di un artista, bisogna avere la pazienza di accompagnarne la crescita senza forzare i tempi. La storia dell’arte ci insegna che molti artisti sono stati compresi e valorizzati solo in una fase avanzata della loro carriera. Oggi il mercato può premiare risultati sempre più immediati, ma la domanda è quanto di tutto questo sia realmente destinato a durare e quanto invece risponda a dinamiche di speculazione temporanea. Per questo credo sia importante tornare a dare spazio al tempo, alla costruzione graduale e a una crescita sostenibile, sia per gli artisti sia per il sistema che li sostiene.

 

Quale tipo di investimento pesa di più: produzione delle opere, partecipazione alle fiere, comunicazione o costruzione della rete curatoriale?
Quando decido di seguire un giovane artista, non penso tanto a cosa “pesa di più” in senso assoluto, perché in realtà questi aspetti sono molto intrecciati tra loro. Però, se devo essere sincero, quello che fa davvero la differenza nel tempo è riuscire a costruire intorno all’artista una rete curatoriale solida. È lì che si crea una base reale di riconoscimento e non solo di visibilità.
La produzione delle opere e la comunicazione sono fondamentali e vanno curate con attenzione, ma possono crescere e adattarsi strada facendo. 
Le relazioni con curatori, musei, fondazioni e altre gallerie invece richiedono tempo, continuità e fiducia reciproca. È questo tipo di ecosistema che, quando funziona, permette poi al mercato di svilupparsi in modo più naturale e duraturo, senza forzature.

 

Quanto pesa il percorso formativo internazionale? Una formazione o una residenza all’estero rappresentano oggi un vantaggio reale in termini di credibilità e accesso al mercato globale?
Una formazione o una residenza all’estero possono rappresentare un vantaggio, ma non sono un requisito determinante. Questi offrono spesso occasioni di confronto e visibilità che possono accelerare alcune opportunità. Tuttavia, ciò che conta davvero è la qualità della ricerca. Ho visto artisti costruire percorsi internazionali molto solidi senza passare attraverso i circuiti formativi più prestigiosi, così come artisti con curriculum eccellenti non riuscire a sviluppare una pratica realmente significativa.

 

In una fase di maggiore cautela del collezionismo internazionale, credi che puntare sugli emergenti sia oggi una strategia più rischiosa o, al contrario, una forma di investimento più lungimirante rispetto agli artisti già affermati?
In una fase come quella attuale, puntare sugli artisti emergenti è senza dubbio una strategia più rischiosa rispetto a orientarsi su nomi già affermati, che offrono maggiore stabilità e prevedibilità. Se però ragioniamo in termini di investimento, proprio questa incertezza iniziale può, nel tempo, se il percorso dell’artista si sviluppa nel modo giusto, trasformarsi in una scelta più lungimirante e con un potenziale di crescita più significativo. 
Detto questo, credo sia importante non ridurre tutto a una logica puramente economica. L’arte non nasce come investimento ma come esperienza ed emozione. Ho la sensazione che oggi si stia perdendo un po’ questo aspetto, perché ci si concentra troppo spesso sul valore futuro e troppo poco su ciò che un’opera riesce a trasmettere realmente nel presente. Forse dovremmo tornare a farci guidare di più da questo sguardo diretto, meno focalizzato dal mercato e più vicino al senso profondo dell’arte. E chissà, magari proprio queste scelte più istintive, guidate dall’emozione, saranno anche quelle che nel tempo si riveleranno le più solide e riconosciute anche dal punto di vista economico.

 

Quanto incidono oggi i collezionisti-speculatori e la velocità del mercato secondario nella crescita — o nella fragilità — delle carriere degli artisti più giovani. 
Incidono in modo significativo, e in molti casi anche in modo problematico. La velocità del mercato secondario e la presenza di collezionisti più speculativi possono generare una crescita iniziale molto rapida, ma spesso poco solida. Questo tipo di dinamica crea aspettative distorte e squilibri difficili da correggere nel tempo. 
Negli ultimi anni si è visto chiaramente come un’eccessiva speculazione abbia reso il sistema più fragile e incerto. Alcuni valori si sono gonfiati troppo velocemente, senza un reale consolidamento istituzionale e curatoriale alle spalle. Il risultato è un mercato più instabile, dove le carriere dei giovani artisti sono diventati vulnerabili alle oscillazioni della domanda e alle speculazioni. 
Per questo ritengo fondamentale tornare a una logica più lenta e condivisa tra gallerie, artisti e collezionisti, basata sulla costruzione di valore culturale prima ancora che economico, e su una visione che tenga insieme crescita e sostenibilità nel lungo periodo.

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