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Alterazioni Video

interviste
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23 Febbraio 2026

Artisti

L’artista italiano: un lupo solitario, un agente segreto, una spina nel fianco

È in corso fino all'8 marzo la mostra personale del collettivo italiano Alterazioni Video, intitolata "Olbania", al Museo Nazionale di Fotografia Marubi a Scutari, in Albania, città rilevante nella scena culturale albanese, in cui ha sede anche Art House di Adrian Paci. 

 

Come è nata questa collaborazione con il Museo Marubi?

È nata durante una residenza alla Fondazione Paul Thorel a Napoli. Lì abbiamo conosciuto l’artista albanese Anri Sala, che ci ha messi in contatto con il direttore del Museo Marubi, Luçjan Bedeni, immaginando un possibile interesse dell’istituzione per "Olbania". Il progetto, infatti, aveva preso forma nel 2009, quando eravamo stati invitati alla 3ª Biennale di Tirana, ma non era mai stato realizzato. All’epoca, avevamo scoperto un paese che stava cambiando pelle: per anni aveva guardato la vecchia televisione italiana, perché i segnali della RAI attraversavano il Mare Adriatico, poi d’un tratto si è tuffato nel caos del web globale. Tornati a casa, invece di imbarcarci su un traghetto da Brindisi, ci siamo trasformati in turisti di internet e abbiamo esplorato i meandri più nascosti dell’Albania direttamente dal divano. Abbiamo setacciato i social media albanesi rubando pezzi di vita vera postati da fotografi amatoriali: matrimoni, vacanze, Mercedes truccate, sogni di gloria e fallimenti epici. È così che è nato "Olbania". Il titolo nasce da un errore di battitura che è diventato un territorio fittizio, una terra di mitologie balcaniche e stereotipi. Ma "Olbania" non è solo una collezione di scatti rubati nostalgici o dissonanti: è un archivio di oltre mille immagini che cattura un momento storico di transizione, un ritratto collettivo fatto di errori e, in un certo senso, una collaborazione accidentale tra noi e gli albanesi. Proprio perché è un "errore" ed è caotico, è molto più fedele alla realtà di qualsiasi narrazione ufficiale o patinata. Si inserisce perfettamente nel solco di altri nostri lavori come "Incompiuto", consolidando la nostra identità di esperti del "fuori contesto". Conoscere il sistema dell’arte contemporanea ci permette di aggirarlo, o se vuoi usarlo in modo strategico. Il suo limite è l'omologazione estetica e la "pulizia" eccessiva di una società globalizzata che rende tutto piatto e sterile.

 

Alterazioni Video nasce come collettivo artistico a Milano nel 2004. Poi iniziano le collaborazioni con Manifesta 7, la Biennale di Venezia. Come le esperienze internazionali hanno tracciato il vostro percorso artistico?

Forse dovremmo partire dalle nostre esperienze in Italia. Viviamo all’estero da vent’anni e anche chi di noi ha deciso di restare o tornare in Italia è sempre comunque in movimento. Il fatto è che quando si vive all’estero si notano meno i confini. L’Italia per noi è parte del mondo, ci muoviamo secondo committenze e opportunità. L’artista di oggi, che ci piaccia o no, è cosmopolita, segue le storie che vuole raccontare a prescindere da dove si trovino, e spesso anche i soldi che producono l’arte. Per noi Tirana o Scutari sono come New York e Parigi. 

 

Quali progetti hanno influito in modo decisivo sulla vostra carriera artistica?

Nessun progetto ha mai “influito” sulla nostra carriera, molti ci hanno accompagnato come un mantra. Ogni volta lavoriamo a un progetto come se fosse l’ultimo, come se il mondo si dovesse fermare a guardarlo, come se questa volta fosse quella buona, ma poi non succede mai niente di trasformativo. Devi trovare le motivazioni e le soddisfazioni altrove, fuori dal sistema. A volte certo, sali sull’ascensore che ti porta ai piani alti e ti sembra di entrare in una nuova realtà che coccola il tuo super ego, ma l’ascensore scende sempre e ti riporta giù. Si torna alla lobby, e noi nelle lobby ci sguazziamo perché c’è sempre un bar o un divano dove rifocillarsi. 

 

C’è un posizionamento possibile per gli artisti italiani sulla scena internazionale?

Non c’è. Gli artisti italiani sono e saranno sempre dei disoccupati. Il nostro posizionamento è in coda per i tickets o al gruppo 8 di imbarco in fondo all’aereo, ma alla fine lo sanno tutti che se l’aereo cade e si spezza in due, si salvano solo quelli sulla coda. Resta il fatto che la comunità artistica italiana è sparpagliata e raramente ha voglia di fare squadra, guarda con sospetto gli altri artisti connazionali. Saranno raccomandati, furbacchioni, meteore, ma mai profeti! Se vuoi è un peccato: ebrei, svizzeri, americani, ma pure i cinesi fanno squadra, si passano le opportunità, o le risorse. Gli italiani son pirati. Tifano l’uno per l’altro ma in vetta ci devono arrivare da soli. Conoscono l’arte della negoziazione e in quanto artisti cosmopoliti non avvertono tanto le radici, se non in pasticceria o di fronte a un buon vino. L’artista italiano è un lupo solitario, un agente segreto, una spina nel fianco. Non è mai contento, mai venduto completamente e con la lama affilata del senso dell’umorismo sempre pronta a colpirti.

 

Insomma, una risposta che vuole essere una provocazione?

Certo, ma nasconde qualcosa di strutturalmente vero e abbastanza scomodo da dire ad alta voce. L'artista italiano non è un prodotto di sistema. È un sopravvissuto. L'artista tedesco, quello francese, quello americano viene esportato dalle proprie istituzioni come un asset strategico, una voce nel bilancio della politica culturale nazionale. Quello italiano viene lasciato a sé stesso, alla propria iniziativa privata, al proprio coraggio o alla propria fortuna. E questo crea un cortocircuito che nel mercato internazionale diventa quasi fatale. Perché un mercante straniero dovrebbe scommettere su un nome che nel suo stesso paese non ha una rete di acquisizioni pubbliche alle spalle, nessun sostegno istituzionale alla produzione, nessuna validazione sistemica? L'Italian Council esiste, per carità, ma è uno strumento recente, limitato, e spesso percepito fuori dai confini come un'eccezione e non come una politica. Se le istituzioni italiane non sono le prime a scommettere sul futuro dell’arte italiana, perché mai dovrebbe farlo un collezionista a Basilea, o un gallerista a Miami? Il mercato estero legge l'assenza istituzionale come un segnale di rischio. E ha ragione a farlo. Il problema non è il talento. Non lo è mai stato. Il problema è che in Italia sostenere l'arte contemporanea viene ancora vissuto politicamente come un'elemosina, una spesa voluttuaria, quasi un lusso imbarazzante. Mentre altrove è trattato per quello che è: un investimento strategico, un moltiplicatore di soft power, un modo per affermare una presenza nel mondo. Finché questa cosa non cambia, continueremo a fare quello che facciamo da decenni: lavorare benissimo, essere apprezzati fuori, e restare degli esuli professionali in patria.

 

 

 

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