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Emilio Gola
interviste
09 Marzo 2026
Artisti
Emilio Gola, la pittura come racconto della sua generazione
Nato a Milano nel 1994, Emilio Gola è tra i giovani pittori italiani che negli ultimi anni hanno contribuito a riportare la pittura figurativa al centro della scena contemporanea. Vive e lavora a Milano, città dove ha compiuto anche il suo percorso di formazione. Dopo il liceo artistico, Gola intraprende gli studi di architettura al Politecnico di Milano, esperienza che influenzerà il suo modo di costruire lo spazio all’interno della tela. Successivamente decide di dedicarsi interamente alla pittura e prosegue gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove consegue il diploma accademico in pittura. Questa doppia formazione, tra progetto e pratica artistica, si riflette nella struttura delle sue opere, spesso costruite come ambienti complessi in cui figure e oggetti si dispongono secondo equilibri quasi architettonici.
Al centro della sua ricerca c’è la rappresentazione della vita quotidiana della sua generazione. Nei suoi dipinti compaiono amici, conoscenti o coetanei ritratti in momenti informali: conversazioni, attese, momenti di riposo o scene di socialità domestica. Le composizioni sono dense e stratificate: corpi, abiti, scarpe, libri e oggetti della vita contemporanea si accumulano nello spazio pittorico, creando immagini sospese tra intimità e inquietudine.
Attraverso una pittura figurativa intensa e materica, Gola indaga i rapporti umani, la vulnerabilità e le dinamiche relazionali della giovinezza contemporanea. Nei suoi dipinti la dimensione privata diventa racconto collettivo, restituendo un’immagine stratificata e spesso ambigua della vita quotidiana.
Negli ultimi anni il suo lavoro ha attirato l’attenzione del sistema dell’arte italiano. Dopo le prime collaborazioni con Artnoble Gallery, Gola ha iniziato a lavorare con la Galleria Monica De Cardenas, una delle gallerie italiane più attive nel panorama dell’arte contemporanea, con sedi a Milano e Zuoz. Dalla fine dello scorso anno ha iniziato a lavorare con la galleria portoghese Madragoa (Lisbona) di Matteo Consonni che, di recente, insieme a Dawid Radziszewski della Galeria Dawid Radziszewski di Varsavia, hanno inaugurato a Milano lo spazio Consonni Radziszewski, una sintesi di due gallerie.
Le opere di Emilio Gola sono state presentate in mostre personali e collettive e in contesti istituzionali come la Triennale Milano e alla 18° Quadriennale. In questa intervista l’artista racconta il proprio percorso, il rapporto con la pittura e il modo in cui le esperienze personali e generazionali entrano nel suo lavoro.
Come è iniziato il tuo percorso artistico?
Mi è difficile segnare un inizio vero e proprio. Da piccolo disegnavo nello studio di mio nonno. Insieme a lui ho iniziato ad usare i pastelli ad olio. Ho sempre visto molti quadri in casa, di ogni tipo. La pittura è un linguaggio, in un certo senso, che ho sempre normalizzato.
Dove e cosa hai studiato? Ci sono stati docenti o esperienze accademiche che ti hanno segnato particolarmente?
Ho studiato al liceo artistico Boccioni, a Milano. Successivamente ho conseguito una laurea in architettura al politecnico di Milano, per poi ultimare gli ultimi due anni in Pittura all'accademia di Brera. Ho avuto la fortuna di avere dei docenti importanti in momenti importanti della mia vita. Ad esempio, mentre studiavo architettura riuscivo comunque a dipingere: andavo nello studio della mia professoressa di pittura del liceo artistico, lì mi lasciava tenere dei piccoli quadri. Poi sicuramente il passaggio da dilettante a professionista è avvenuto gradualmente dopo l’incontro con il professore Marco Cingolani.
Quali sono stati i tuoi primi progetti o mostre?
La mia prima mostra è stata “tre modi per dire la stessa cosa” da ArtNoble a Milano, insieme a Martina Cassatella e Roberto de Pinto, curata da Antonio Grulli. Matthew Noble e Antonio Grulli hanno creduto nel progetto della mostra fin dal primo momento, dimostrando grande coraggio nel supportare me e gli altri due artisti, più o meno tutti e tre alle prime armi.
Quando la tua carriera ha segnato una svolta?
Successivamente Monica de Cardenas mi ha molto aiutato a favorire la diffusione del mio lavoro. Lei vide un mio quadro alla mostra Pittura italiana oggi, alla Triennale di Milano, curata da Damiano Gullì. Mi contattò e feci insieme a lei la mostra “Come falene” nella project room della sua galleria di Milano.
Quali vantaggi e opportunità ti ha offerto far parte di una galleria?
La collaborazione con una galleria mi ha permesso di essere più sicuro nel mio lavoro, di conoscere le dinamiche economiche che stanno dietro al mondo dell’arte. Oltre a riuscire a vivere grazie ai quadri che dipingo. Lo scorso ano ho iniziato a collaborare anche con la galleria Madragoa, a Lisbona, di Matteo Consonni. Con Madragoa ho esposto il mio lavoro a Art Basel Miami.
Come è cambiato il tuo lavoro?
Stare all’interno del calendario di una galleria ha le sue difficoltà, certo, il lavoro potrebbe vivere di pressioni differenti. Penso che il tempo diventi la risorsa più preziosa.
Come sei arrivato a esporre o lavorare fuori dall’Italia?
In questi mesi un mio lavoro è parte della mostra itinerante Pintura italiana hoy, una nuova escena, progetto portato avanti da Triennale Milano in collaborazione con il MAECI, curato da Damiano Gullì, in Argentina, Messico e Brasile. È una specifica selezione di giovani artisti nati tra il 1990 e il 2000 e che parteciparono alla mostra Pittura italiana oggi (2023).
Quali sono stati gli ostacoli maggiori che hai incontrato nel far conoscere la tua arte fuori dall’Italia?
Mi sembra che la difficoltà di portare il lavoro all’estero sia quello di riuscire effettivamente ad entrare in contatto con il contesto estero, e non solo di esporre fuori dall’Italia. Penso che non sia quindi una questione promozionale o di comunicazione ma di riuscire ad inserirsi in un tessuto già presente li, in grado di comunicare ad un suo pubblico. Una questione di contesto culturale.
Pensi che oggi i social media siano uno strumento indispensabile o limitante per un artista?
Per quanto riguarda i social media, forse è la domanda fatta alla persona sbagliata, perché ho sempre dato poca importanza ai social. È una piccola bolla, si crede che così il lavoro sia visibile a tutti ma non penso che in realtà abbia questa portata. Anche in questo caso il lavoro viene visto per il valore estetico, ma per esistere veramente deve appartenere ad un contesto.
Hai partecipato a bandi, residenze o premi artistici?
Non ho partecipato a bandi o residenze per ora, ma al premio “Fondazione Francesco Fabbri” nel 2023 e all’edizione del 2024 del premio Cairo. Conservo un bellissimo ricordo di entrambe queste esperienze.
Hai qualche consiglio per altri giovani artisti che vogliono candidarsi?
Ho pochi consigli in questo senso per un giovane artista intenzionato a parteciparvi, se non quello di cercare di comprendere il motivo che sta alla base della selezione da parte di una giuria.
Sei stato tra i partecipanti alla 18a Quadriennale. Ci spieghi come è avvenuta la selezione da parte di Luca Massimo Barbero?
La mia selezione per la Quadriennale di Roma è nata con il premio Cairo, dove appunto Luca Massimo Barbero era tra i membri della giuria. Da quel momento è iniziato un dialogo che è sfociato con l’invito alla Quadriennale di Roma. Per la sua sezione, intitolata “La mia immagine è ciò da cui mi faccio rappresentare: l’autoritratto. Il cibo, i gatti, la palestra, me stesso, i viaggi e ammennicoli vari”, ho dipinto le persone a cui sono intimamente più legato: i miei fratelli. In qualche modo ho cercato di raccontarli in relazione al mio studio. Il luogo in cui vivo, in cui tutto mi rappresenta.
Come vedi la tua carriera nei prossimi anni?
Non penso alla mia carriera da un punto di vista di “posizionamento”, se mai cerco di fare delle scelte che mi permettano di poter andare sempre più a fondo con il mio lavoro, di approfondire il mio modo di intendere la pittura. È solo così che, di conseguenza, si presenteranno delle opportunità interessanti.
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